mercoledì, 04 marzo 2009

L'Amore e il resto

Fu un Dio fallibile a creare l’amore. Lo creò nel fare il mondo e, proprio nel volerlo fare a sua misura, sbagliò. Lo fece nel momento in cui scelse il tempo della vita. Il tempo non si misura col tempo stesso ma con la sensazione che se ne ha.

Venne l’uomo ed il senso del tempo, il limite: nacque l’Angoscia.

L’Angoscia non fu mai cupa né si confuse con sua sorella, la Disperazione. L’Angoscia fu ferale d’Allegria e le si credettero simili. Si sbagliarono: l’Allegria fu la maschera dell’Angoscia.

Il problema fu proprio l’Amore, la creta su cui fu costruita la vita. La vita si ricostruiva sciupando le immagini per rimpastarle in creta. Serviva amore per crear la vita e morte per perpetuarla.

Fu allora che l’Angoscia decise d’essere allegra. Lo fece innumerevoli volte partorendo la Gioia e l’Illusione.

La prima dette agli uomini la sensazione di avere in pugno l’ eternità e durò un attimo. La seconda portò al potere ed il potere all’illusione. Fu allora che l’Angoscia usò il potere per uccidere.

Nella mia fiaba l’Amore si fece soggetto e chiese a Dio che lo creò la forza di uccidere il potere che rimase oggetto. Fu necessario uccidere il potere, per quanto oggetto, da parte dell’Amore soggetto di Dio.

Gli oceani, da allora, furono quieti. Non si uccise per rigenerare, semplicemente si rinvigorirono le cellule per rifare l’umanità dell’Amore. E Dio si dimostrò tale evitando la morte. Finì l’Angoscia.

Che stupida fiaba, detta a voi di cui vorrei il sorriso.

Giba

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Il fabbricante di doni

Fabbricava regali. Raccoglieva nel bosco, vicino alla vecchissima casarella che gli era rimasta dopo la partenza dei suoi per un punto imprecisato del tempo o dello spazio, legnetti secchi e pigne da seccare al Sole, qualche castagna selvatica indurita e, con quello che aveva raccolto, fabbricava regali.

Lui fabbricava regali. Non aveva altro da fare e per sfamarsi non aveva che da scendere a valle, in paese, dove il fornaio gli regalava sempre, senza che lui lo chiedesse, un filone di pane. Al mercato poi c'erano gli scarti della frutta, quella un po' ammaccata ma buona che nessuno comprava. Le erbe del sottobosco erano deliziose, nel pane, appena colte e tagliuzzate. Acqua ne aveva a volontà, fredda e pura, sempre scorrente dalla fontanella appena fuori casa.

Lui fabbricava regali. Gli piaceva curvare gli stecchi sottili alla fiamma del camino, fare strani pupazzi con per testa una castagna e per occhi due sassolini. Non avevano bocca ma un bel naso sì, fatto con un pezzettino di legno. Faceva anche piccole slitte e carriole con strane ruote piene, ricavate da tondi di legno.

Era un omino ormai vecchio, con qualche raro pelo sul volto e senza capelli. Qualche dente gli era rimasto, per fortuna, ed il suo sorriso risultava ancora gradevole anche con qualche, inevitabile, vuoto fra un dente e l'altro.

I regali li sistemava in fila, davanti alla sua reggia ed ormai riempivano tutto lo spiazzo ed anche parte del sentiero che scendeva a valle. Lui aspettava, da sempre, che qualcuno si presentasse e ne chiedesse almeno uno in dono. Non successe mai, durante la sua vita.

Davanti a casa sua non passava nessuno e lui era troppo timido per portare qualche oggettino in paese e regalarlo. Così attese, attese tanto che morì, nel silenzio della notte, passando dal sonno alla quiete definitiva senza accorgersene.

Tre giorni dopo il panettiere si preoccupò, non vedendolo, e salì a monte. Lui dormiva per sempre, circondato dai suoi oggettini, offerti da una vita e mai notati.

Il fornaio si sedette e pianse in silenzio quell'ometto così pieno d'amore sempre offerto e mai donato. Poi si chinò, raccolse una piccola slitta e scese a valle.........

giba

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venerdì, 30 maggio 2008

La sorte

Lo andarono a prendere dal deposito di coloro che verranno e lo portarono, come in un balletto, né il nulla né qualcosa di ben definito, tenendolo sotto le ascelle ancora informi.

Lui, in quel momento cominciò a capire e seppe, con certezza assoluta, che la sua conoscenza gli sarebbe stata tolta, appena avesse cominciato a vagire. In cambio se ne sarebbe formata un'altra, frutto di mille contrappesi.

Lo deposero, gli angeli, davanti a Dio che sorrideva. In un lampo gli apparve la sua vita futura e ne vide tutti gli aspetti. Una luce alla nascita, una veloce strada per arrivare al primo pianto, un'eternità per giungere la primo sorriso. Insomma, una bella avventura per lui che stava per diventare un neonato.

Vide, con sollievo, d'essere nella schiera dei fortunati. Salute, amore, una famiglia ricca, tutto. Altri, non ancora nati, se ne stavano in disparte col terrore negli occhi. Per loro la vita sarebbe stata difficile, tremenda.

Non si chiese il perché, non aveva senso parlar di giustizia in un' anticamera della vita. La giustizia umana riguardava gli uomini, non chi lo stava per creare.

Eppure nessuno, nessuno badate, di quelli che gli avevano illustrato la sua vita, gli disse come sarebbe finita. Fu mandato e basta.

Nacque, falice di quel che avrebbe avuto, un altro condannato a morire. Perché, vedete, a lui era andata bene.

Non so, però a chi sia andata la foruna. Forse a chi, soffrendo la vita, avrebbe invocato di uscirne. Forse.

A lui, certo, la condanna non sarebbe piaciuta. Una sorpresina alla fine di un gioco.

Giba

  

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sabato, 08 settembre 2007

La larga strada


Le parve di accingersi a traversar un oceano di cemento, fatto di ruvidi grumi cocenti. Il sole assurdo incrudeliva ammmorbidando l' asfalto.

Si aggiustò il basto sulla schiena e prese la via di casa, guardinga. Non sapeva sudare, ma patire sì, pativa tanto quel calore intenso che emanava onde roventi.

Sapeva di dover fare in fretta e che, dall' alto, in ogni istante qualcosa di incredibilmente pesante poteva piombarle sulla testa. Eppure era costretta a rallentare dai sassi enormi che doveva aggirare, sentendoli più che vedendoli, col peso che le teneva il capo chino.

Uno sfrigolio lontano la allarmò. Stava arrivando uno dei mostri enormi che a centinaia percorrevano quel deserto e sarebbe piombato su di lei in pochi secondi.

Non poteva far altro che attendere, ferma, che passasse. La sfiorò con un sordo ruggito puzzolente, sollevando un vento cocente.

Vide, riprendendo il cammino, un' oasi verde, fatta di poche erbe e di una piantina e, per un attimo, pensò di fermarsi a riposare.
Non lo fece. Sapeva che l' oasi era inutile come difesa dai potenti animali che percorrevano la spanata.

Corse, corse come poteva, più che potesse e, finalmente, la spianata finì, bruscamente come era cominciata. Si infilò fra il verde, rallentando. Ancora un poco e vide l' imboccatura della bica.

Era a casa. Infilò nell' ingresso la pesante crosticina di pane che aveva in collo e poi, agitando le antenne, si infilò nel formicaio.

Giba
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mercoledì, 04 luglio 2007

 

Accadde

Fu quando il Giorno vide che la Notte si avvicinava e le disse, per la prima volta: "Rallenta".

"Ma c'è la sera, disse la Notte, il nostro solito incontro all' orizzonte, l' unione amorosa che ci attende. Abbiamo ore, d' estate, prima che tu te ne vada".

"D' accordo, disse il Giorno, ma rallenta". E la Notte sedette sopra una grossa pietra. L' erba, intorno, attendeva l' umido notturno per rinvivire e il Sole, memore del detto di Giosuè, si spaventò al pensiero che i preti pensassero che era stato lui, e non la terra, a fermarsi.

Fu dopo ore che, per forza, il Giorno fece un cenno e la Notte, col sedere ammaccato, si avvicinò.

Fu massaggiandosi che disse: "Che ti ha preso?". Lui la prese alla vita e fecero all' amore, a lungo. Durò tanto che la Notte si insospettì e fece: "Tu non vuoi far calare il Sole, non capisco".

Il Giorno fece un gesto e la Notte, dopo averlo baciato, si avviò verso le nebbie estive. Il Sole riprese a calare ed il Giorno sorrise a Giuliano. "Ho fatto il possibile, disse, ma il buio verrà". Ed il tre di luglio passò, come gli infiniti giorni passati.

Giba

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mercoledì, 25 aprile 2007

Il raccontino sul fiore

C'era uno che, casualmente, era un fiore.

Era un fiore, appassito all'angolo di una strada, nato sulla frazione, una rottura, di un marciapiede che aveva lasciato un po' di terra.

Passavano auto, tante. Gli scarichi lo facevan chinare sempre più. Eppure il seme che lo aveva generato era venuto dall'alto. Una volontà unica lo aveva voluto in quel punto, in quel momento. Perché?

Forse, si disse, il destino era dispettoso.

Ma il destino era un'ape. Proprio così, un'ape, che stanca e mezzo intontita, svolacchiava fra il fumo degli scarichi. Si poggiò sul fiore morente e si impolverò di quel poco che rimaneva al fiore stanco, un avanzo di polline.

Ce la fece l'ape, ce la fece con uno sforzo e volò via. Al di sopra delle case tornò all'alveare, tanto lontano da non saper più dove fosse.

A mezza via c' era un fiore eguale al primo, rigoglioso questo, nato fra i campi. Fu là che l'ape si posò, un attimo. Era lunga la strada d'aria che l'attendeva.

Si posò abbastanza per far nascere un nuovo fiore, in un futuro non lontano.

Io non so se l'ape, riprendendo il cammino, arrivò. Lo credo, le api sono forti. Certo è che il fiore da marciapiede reclinò del tutto e morì. Lui sapeva che altrove, sarebbe rinato nell'aria pura della campagna. Morì dolcemente, mentre le macchine passavano fumando.

Lasciò, il fiore cittadino, una fessura nel cemento, con una striscetta di terra in attesa.

Giba

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mercoledì, 04 aprile 2007

Un'altra fiaba, forse

 


Quando la Morte si sentì male si preoccupò il creato. Eppure la Morte stava male sentiva avvicinarsi la vita.

Non sarebbe potuto succedere altrimenti. Chi vive muore, ma se si vuol che la Morte muoia, occorre farla vivere.

Non bastarono gli sforzi della natura, Dio era distratto.

Così la Morte si consunse in un letto nero e visse. Si svegliò da viva e le cose, al mondo, cominciarono a cambiare.

Prima di tutto il giaguaro giovane che inseguiva la vecchia gazzella non ce la fece. Per giorni ci riprovò senza riuscirci e finì per rinunziare. Dimagrì e si rotolò a terra per la fame, ma non fu possibile, per lui, morire. Non morirono i suoi piccoli, risolti a scheletri né morì, nei dintorni, neppure un filo d'erba.

La gazzella ingrassò a dismisura e si fece lenta. Non importava, ma l'obesità spezzò le gambe alla gazzella che non morì. Non poteva.

Nessuno morì più. Non i vecchi né i soldati al fronte. Loro venivano trapassati dai colpi ma, sanguinanti, vivevano.

I vecchi sofferenti invocarono la morte, ma non gli fu concessa neppure quella senza interventi dei Radicali. Continuarono a patire follemente ma vissero nell'orrore.

Fu necessario chiamar Dio che finse di risvegliarsi dal torpore.

Mandò Gabriele, con le sue ali bianche, a spiegare.

Un'assemblea di uomini e di animali, di germi e di creature evolute, si riunì su una stella.

"Vedete" disse Gabriele "la natura non vuole scegliere fra chi deve morire e chi ha il dovere di vivere. Deve scegliere fra chi deve vivere e che ha il dovere di morire. Senza questo, nessuna vita è possibile."

Corsero tutti, germi e bisce, uomini e cani ad implorar la Morte di morire. La Morte era ben viva e non sentì ragioni.

Fu allora che l' insieme del creato uccise la Morte. Tutto tornò come era giusto che fosse. Si capì, da allora, che solo la Morte può dare la Vita. E gli uomini, le bisce, i cani, i gemi, si riconciliarono con lei e capirono che senza Morte nessun uccellino attenderebbe di cantar la primavera.

giba

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domenica, 01 aprile 2007

Ancora fiabe

 

Fino alla speranza

Fu quando Dio cacciò dal paradiso terrestre Adamo ed Eva che la Fantasia si ammalò. Si ammalò di mancanza di fantasia e non trovò chi fosse capace di guarirla.

Dal fondo dell'universo, il Demonio fece sua l'occasione e risalì in un niente, presentandosi come un bimbo innocente alla Fantasia avvilita.

Seduta per terra, col dorso appoggiato al melo del paradiso cancellato, la Fantasia vide il bimbo biondo e non notò che aveva un occhio nero ed uno rosso.

"Chi sei bambino?" chiese. Lui le sorrise e le posò, avvicinandosi, un dito sulla fronte. La Fantasia ritrovò di colpo tutta la sua fantasia e non si accorse che altre fantasie si erano assommate alla sua, aggravando la malattia originaria.

Fu così che la fantasia malata stuprò ed uccise, usando gli uomini, creò gli "ideali" che portarono genocidi e morte. Quello che fece, soprattutto alle donne ed ai bimbi, fu inenarrabile.

Gli uomini pensarono di uccidere in nome di Dio, si fecero crescer le barbe in nome di Dio, aprirono le mani a mimare un libro, in nome di Dio, si prostrarono odiando, in nome di Dio.

Il demonio rideva delle fantasie malate della Fantasia.

Nessuno s'era ricordato che la Fantasia aveva una sorellina, Fantasietta, che fuggì la sorella ed il Diavolo, nascondendosi nel cuore di moltissimi uomini.

Quegli uomini edificarono cattedrali lucenti di mosaici e ricche di dipinti, fabbricarono palazzi e piantarono ulivi e cipressi. Amarono i bucaneve. Scoprirono, insomma, la bellezza.

Con la bellezza arrivò l'amore. Di amore parlarono alle donne, riconoscendo in loro la superiorità dell'esser matrici dell'umanità, non solo fisica. Amarono le loro mani, i loro seni, i loro occhi, la loro primigenia bellezza. Scrissero loro poesie, dipinsero quadri coi loro volti, cullarono i bambini che ebbero da loro e li amarono in quanto figli e speranza.

Da allora, dall'inizio dei tempi del mondo, la Fantasietta combatte, con armi dispari, la Fantasia malata. Sarà così per sempre, forse.

Scordavo: nel momento in cui la Fantasietta entrò nel cuore degli uomini Dio, avendo Cacciato dal paradiso terrestre Adamo ed Eva, stava per cancellare il mondo con un gesto. Si fermò anche se, a volte, solleva ancora la mano.


giba

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Le fiabe

 

La Follia nacque da un uomo e da una gallina. Strano connubio, ma senza questo non sarebbe nata. Nessuno mai, dal battesimo in poi, usò ed osò chiamarla Follia. la chiamarono Ideale.

Non si è mai saputo se fosse maschio o femmina, come Elisabetta I, la grande regina inglese. Fu un ibrido, uno strano ermafrodita che alloggiava ovunque, nelle menti dei poveri e dei ricchi, di tutti gli uomini.

Poi conobbe la Politica e si accasò. Le sue figlie sposarono i politici di turno, e non si seppe mai se nacquero da una donna o da un uomo.

La Follia inventò la guerra. Per dirla tutta la guerra già era "in nuce" col creato, ma fu la Follia ad usufruirne per prima la potenza.

Fu per via della Politica che Caino uccise Abele, per via della Follia che le nazioni furono, e sono, governate da uomini. Fu Follia il fatto che gli uomini fondassero nazioni. Follia la delinquenza nelle nazioni e la lotta fra nazioni. Follia che le nazioni si raggruppassero ed ogni gruppo attaccasse l'altro.

Poi spuntò un asfodelo, piccolo e senza profumo. Per la Follia era veleno, Veleno per la Politica.

Su un campo di battaglia ancora vergine, prima che la battaglia iniziasse, l' asfodelo, nato al centro della spianata, fu accostato dalla Politica e dalla Follia, che lo vollero distruggere. Fu allora che emise uno strano profumo che li uccise.

I soldati in attesa della battaglia si trovarono di colpo senza Politica e senza Follia.

Posarono i fucili e si diressero alle loro case. Da allora la pace regna e nessuno fa male a nessuno.

Si realizzarono il comunismo ed il cristianesimo, il buddismo e l'induismo. Allah fu veramente misericordioso.

Quando i bambini, la mattina, andarono per la prima volta a scuola, nei loro grembiulini puliti, il mondo fu finalmente in pace.

Fu il più grande dei bimbi, Adamo Primis (istriano) che per caso raccolse un sasso.


E' finita, Giba

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domenica, 23 luglio 2006

Lontano nel tempo

 Copiato da allora, dedicato a chi lotta oggi, per vivere.

 "Olocausto" è una brutta ed impropria parola. Vuol dire: sacrificio agli dei. E non c'è Dio che voglia sacrificio, a meno che non sia un dio imperfetto, dio dell'uomo: assurdo. Dio per nient'affatto dio, insomma. Eppure un pezzettino di questo olocausto ve lo vorrei raccontare, non come un omaggio a voi, scusate, ma con le lacrime di un bambino di settant’ anni, che è rimasto inchiodato a quei giorni e a quei tempi e a tutti coloro che morirono senza ragione, uccisi da uomini senza ragione. Per loro, per quelli finiti nelle fosse, farò la fatica di ricordare, come fosse l'offerta di una rosa. So bene che non è servito, non serve e non servirà a niente. I rimorsi li provano gli uomini buoni e gli uomini buoni non ucciderebbero mai così. Ma anche fra gli altri, fra quelli che sanno uccidere, all’improvviso un po' di luce si può far strada e sembra che per miracolo il sole si sgombri dalle nubi e la speranza appaia. Non è probabile sia così. Può essere frutto del caso, di un umorismo crudele che scuote una crudeltà conclamata, di un'insieme di circostanze: ma accade. Così accadde quel giorno lontanissimo. La notte l'avevo trascorsa sui tavolacci dei letti a castello, in una baracca di legno, allineata fra le altre sulla spianata di un lager di cui vorrei dimenticare il nome. Avevo i calzoncini corti ed un cappottino con lo spacchetto dietro come unica coperta. Faceva freddo e non era il solito freddo. Era il freddo che ti fa mancare il fiato, che ti scurisce le gambe, che ti fa ghiacciare i denti e che ti anestetizza i piedi. La mattina sorse un pallidissimo sole ed illuminò, con filamenti leggeri, i sospiri del ghiaccio notturno.


Avevo fame. Mi angoscio quando cerco di far capire cosa sia la fame e chi non ne ha mai avuta quanta ne avessi io in quel momento. Ma la mia era una fame da morte, una fame senza speranze: la fame di chi non mangia da tre giorni niente, neppure un odore. Mia madre e mio padre sembravano svenuti nel freddo. Mi alzai, non indossai il cappottino e mi infilai con decisione sotto il filo spinato che delimitava lo spazio attorno alla baracca. Mi avviai piano, con passo affaticato, verso il centro dell'enorme spazio che si apriva davanti all'allinearsi delle costruzioni di legno affiancate, nel grigio del grigio dell'alba. Là in mezzo era, ma potrei dire si ergeva, si levava, si innalzava come il colosso di Rodi un nerissimo sottufficiale delle SS, col suo teschio sulla visiera ed i suoi lucidissimi stivali. Guardava avanti e non mi vide, piccolo com'ero. Eppure, piccolo o meno, mi avvicinai e lo afferrai per i pantaloni alla cavallerizza. Mi guardò come Polifemo ebbe a guardare Nessuno. Allora, per uno di quegli straordinari miracoli che la disperazione fa sbocciare dal freddo, feci un gesto antico. Mi misi la mano di taglio davanti allo stomaco e la agitai, sempre di taglio, avanti e indietro. Solo Dio sa cosa ci fosse dentro e dietro quell'uomo, quali avrebbero potuto essere le sue reazioni. Ma all'improvviso una risata cupa lo scosse da capo a piedi e, chinandosi, mi prese nell'incavo del braccio e mi portò verso una fumosa baracca che nascondeva una cucina. Mi fece dare una fetta di pane nero e margarina, mi ricondusse fuori e, nella foschia del mattino nascente, mi mise in terra e mi spinse, piano, verso la stamberga da cui ero venuto. Mentre correvo verso la mia baracca, costeggiando i reticolati, le voci, quelle che udrò finché ci sarò, mi seguivano e mi seguono. Erano quelle dei prigionieri affamati che dicevano: "Bambino, bambinooo, chi ti ha dato quel paneeee? bambinoooooooo". Chiuso in me, sordo, muto, impassibile, arrivai da mia madre e le misi in mano quel pezzo di pane. Era vostro quel pane amici miei scomparsi. Quel pane è il mio rimorso. Ma anche se mi vergogno sono qui a testimoniare che un assassino vestito di nero, regalando un po' di speranza a un bambino, ha dimostrato che Dio, qualche volta, sorride."

giba

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venerdì, 19 maggio 2006

I primi passi del monoteismo, introduzione

STORIA

Senza alcun dubbio questo racconto ha dei precedenti. Ma da un momento bisogna pur cominciare, ed io credo che sia più facile per tutti noi, immaginare una caverna abitata da uomini quando già si erano scoperte le virtù del fuoco, che infatti quella sera scaldava i cacciatori e le loro genti, ed illuminava le pareti della grotta. Ma un grosso problema c'era: la fame. Da giorni non si riusciva a cacciare un animale ed i bambini cominciavano a morire. I vecchi erano già stati eliminati e digeriti. Un cacciatore affamato, il più gracile probabilmente, ebbe un improvviso attacco di nostalgia per le bistecche sognate e si alzò con un pezzetto di carbone in mano. Sulla parete disegnò, con gesti rapidi, un grosso toro con enormi corna ed una torma di cacciatori con bastoni appuntiti fra le mani, ed i segni della virilità fra le gambe, che lo assalivano da ogni lato. Negli spettatori la fame si acuì. Fu allora che il capo dei cacciatori si armò e si precipitò fuori, nella notte tremenda , verso l'incognita delle tenebre. Quasi tutti gli uomini validi lo seguirono, tranne il rachitico artista che si accucciò ai piedi dell' immagine disegnata, lamentandosi piano. L' alba arrivò senza segni e fu solo dopo molte ore che una nenia si face sentire dal fondo valle. Fu allora che la tribù capì che i cacciatori tornavano con la preda. E fu la vita rinnovata per un altro po'. Qualche giorno dopo il problema della fame si ripropose, ma quella volta il capo dei cacciatori indicò al disegnatore la parete, con un gesto imperioso. E l' artista capì. Questa volta gli animali furono numerosi nel disegno e nella realtà. Il pittore cavernicolo, senza rischiare la pelle, ebbe la sua parte abbondante di preda, e la gente cominciò a guardarlo con aria rispettosa. Nessun cacciatore, da quel momento in poi, avrebbe affrontato l'ignoto senza l'ausilio della magia: che tale era quell'insieme di segni sulla parete, anticipo del volere benevolente di un dio che non era stato ancora inventato. Da allora, infiniti cacciatori hanno portato la loro prede ad infiniti stregoni, gestori di un potere rubato alla "divina indifferenza". Pensate a quante religioni hanno prosperato, a quanti preti hanno vissuto a spese dell' umanissimo desiderio di trovare un Dio che provvedesse agli infiniti bisogni degli uomini e che desse loro un po' di pace del cuore. Poi arrivò chi si pose fra Dio e l' uomo, assicurando che da Dio stesso gli era stato chiesto di far da tramite, per meriti non ben precisati. E gli uomini credettero all' imbroglio e credono tuttora alla truffa, pensando che il Padreterno abbia bisogno di intermediari, dai preti ai talebani, dai muezzin ai pope, per interpretare le ansie che li divorano. Che pericoli abbiamo corso e corriamo, noi che crediamo di esser dalla parte del Creatore, ed in nome suo uccidiamo e veniamo uccisi, con la convinzione che l'ordine parta direttamente da Lui. E tutte, tutte le religioni si sono macchiate, si macchiano e si macchieranno di simili infamie. Fino a che l' uomo non cambierà natura: alla fine dei tempi che sarà anche la sua fine.

Giuliano B.

I primi passi del monoteismo. Akhenaton e Aton, il dio del Sole.

L'ambizione di chi, non essendo uno storico, si avvia a parlar di Storia è quella di non annoiare. Per evitare di farlo cercherò di stringere i tempi e di spiegare in modo semplice a chi non ha avuto finora tempo o voglia di occuparsene, in che modo si sviluppò l'idea del monoteismo (monoteistiche sono le religioni che propongono all'adorazione dei fedeli un unico Dio). Da spiegare e da commentare c'è ben poco. Diceva Shakespeare che "Succedono più cose al mondo di quante la mente umana ne possa immaginare". Questo racconto ne è la prova.

La civiltà dell'antico Egitto durò 3100 anni, dal Periodo Arcaico, iniziato nell'Alto Egitto sotto il regno di Narmer, fino a Cleopatra che chiuse il Periodo Tolemaico nel 30 a.C. Infiniti i fatti e numerose le dinastie che si succedettero. Ma non ci riguardano, per ora.

Vi voglio portar per mano nel Nuovo Regno, che fiorì circa a metà della lunghissima Storia di questo straordinario Paese. Era il 1379 a.C. e salì al trono il giovane Faraone Amenhotep IV che come i faraoni precedenti, si trovò subito a dover fare i conti con una casta sacerdotale che deteneva buona parte del potere, se non tutto. Il Faraone si era ridotto ad essere una figura simbolica, forte di un culto che lo riguardava personalmente e di un prestigio enorme presso il popolo ma povero di possibilità effettiva di governare e di quattrini.

Si viveva all'epoca, in Egitto, un'età felice. Gli eserciti egiziani avevano assoggettato e sottoposto a tributi tutti i popoli del medio oriente ed immensi tesori affluivano nelle casse dei conquistatori. Per meglio dire affluivano nelle casse dei sacerdoti del dio supremo Amon - Ra, che vicino ai loro templi conservavano, oltre a questi tesori, enormi silos nei quali affluivano i tributi in grano, coltivato dagli egizi sulle rive del Nilo. I raccolti erano facilitati dalle piene del grande fiume che depositava sul terreno il limo, un fertilizzante naturale che rendeva ricchi di messi i campi.

In caso di carestia a distribuire il grano alle popolazioni provvedevano i sacerdoti stessi che, controllando ricchezze immense, detenevano di fatto il potere. Amon - Ra era il dio di Tebe, potentissimo fra gli altri dei, che rappresentavano comunque tutti "Ra", il Sole. C'erano da Atum - Ra a Sobek - Ra, che rappresentavano la fusione col Sole di dei compositi ed una miriade di dei minori. Tutti questi dei finirono per confluire o per essere controllati da Amon, cui fu costruita e dedicata un'intera città: Eliopoli.

Erano stati i Faraoni guerrieri a condurre le truppe alla conquista di enormi ricchezze ed era il popolo a coltivare il grano ed a pagar le tasse, ma tutto affluiva ad Eliopoli, perché si riteneva che ad Amon - Ra, dio degli dei, si dovessero le ricchezze e le vittorie. Tutti i Faraoni, dalla quinta dinastia in poi, si dichiararono "Figlio di Ra", confermando di fatto il potere della casta sacerdotale.

Quando, come ho raccontato, arrivò al potere Amenhotep IV, nel 1379 a.C. cercò di ripristinare il potere assoluto dei faraoni, creando un nuovo culto, riferito sempre al dio Sole, che era alla base di ogni credenza religiosa del popolo egiziano, ma isolato in una solitudine monoteistica, non associandolo ad alcun altro dio.

Lo chiamò "Aton" e cambiò il proprio nome in Akhenaton. Aton era, come il dio degli ebrei, un dio "geloso" che non ammetteva altri dei al di fuori di lui e non si associava a nessuna deità. Il disco del Sole era la sua unica immagine ed i suoi raggi terminavano ognuno in una piccola mano che elargiva ricchezze e gioia. Il monoteismo, la religione di un solo dio insomma, era arrivato in Egitto.

Le conseguenze furono molte. Dal punto di vista religioso i seguaci di Aton non ammettevano altri dei ed il potere che aveva plasmato questa nuova credenza a suo uso e consumo, perseguitò coloro che non si sottomettevano all'unico dio. Questo, nella lunga storia dell'Egitto, fu l'unico esempio di intolleranza religiosa, a prescindere dalle baruffe che quotianamente si accendevano fra i sacerdoti dei vari dei, per piccole questioni di bottega.

Per lungo tempo gli storici videro in Akhenaton il profeta del dio unico, il precursore del monoteismo e delle grandi religioni, dall'ebraismo al cristianesimo, all'islamismo. In realtà si trattò di una mossa politica che tentò di emarginare la potentissima casta dei sacerdoti di Amon e di sottrarre loro l'arma di una religione popolarissima, fonte della loro immensa ricchezza.

Questa "eresia" del nuovo Faraone, che nel frattempo pretese di essere venerato personalmente come rappresentante del dio supremo Aton, lo portò, dopo una lunga lotta per il potere (cinque anni) combattuta a Tebe, a fondare lungo il Nilo, a trecento chilometri di distanza, una splendida capitale. Oggi si chiama Tell el Amarna e sorgeva in una località, fra l'alto ed il basso Egitto, che permetteva il controllo dei traffici sul Nilo. I templi erano dedicati al nuovo dio ed Akhenaton, in quella sorta di Brasilia dedicata al suo potere, godeva della sua indipendenza e dell'amore di Nefertiti, splendida moglie e madre delle sue figlie.

Da Amarna il Faraone ordinà la rimozione di tutte le statue degli antichi dei e fece cancellare con lo scalpello il nome di Amon Ra da tutti i monumenti. A quanto pare fece un grosso errore: non valutò che il popolo egiziano di quella antichissima religione era permeato e che forze sempre più potenti si stavano coalizzando contro di lui, il Faraone.

E' impossibile comprendere a fondo quel che successe, ma è certo che giunse ad Amarna la regina madre, Ty, prima donna di origini negre a sposare un Faraone e da quel momento le cose cambiarono. Ty era una potente alleata dei sacerdoti di Ammone e, poco dopo il suo arrivo, grazie ad oscure trame, la bella Nefertiti fu relegata nelle sue stanze e privata dei suoi titoli. IL Faraone dovette cessare la lotta contro i sacerdoti dell'antico culto ed associare al trono Smenkharé, suo genero.

Morì cinque anni dopo, il Faraone Akhenaton, e del suo potere non restava traccia. La città di Aton rovinò con gli anni, il suo successore, anche lui suo genero, Tutankhaton, cambiò nome. Con un percorso inverso al predecessore si chiamò Tutankhamon e riportò a Tebe la capitale. I sacerdoti ripresero saldamente il potere fino a quando, secoli e secoli dopo i due poteri si fusero ed il figlio del Faraone divenne sommo sacerdote di Amon Ra.

Tutto quindi si può riassumere in una lotta per il potere fra il Re ed i capi religiosi, lotta che ancor oggi ci affligge e che ha percorso i millenni. Fa da contrappunto a questa antica storia la poesia di un nuovo tipo di religione, rivolto ad un solo dio. Un dio la cui immagine di purezza e di rinnovamento morale è controbilanciata dall'integralismo insito nelle religioni monoteistiche, che porterà una civiltà nuova all'umanità e con essa terribili ferite.

Giuliano B.

postato da: giba34 alle ore 11:12 | link | commenti
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